Tag: NAIC

  • Intervista a Francesco Pio Pero del Team Aqua, campione Pokémon del NAIC 2026

    Intervista a Francesco Pio Pero del Team Aqua, campione Pokémon del NAIC 2026

    Abbiamo avuto il piacere di intervistare Francesco Pio Pero del Team Aqua, vincitore dei Campionati Internazionali Nordamericani Pokémon 2026, grazie ai ragazzi dei Southern Hustlers!

    1) Vincere un internazionale è il sogno di tantissimi giocatori. Quando hai capito che quel torneo poteva davvero essere tuo?

    “C’è stato un momento preciso in cui ho pensato “non lo vinco, ma si può vincere”. È successo al round 9 della fase 2, contro Ale Piscitelli. Giocava Lycanroc, la bestia nera per il mio team, matchup da quale avevo già perso a Torino, al round 4. Quella partita, invece, l’ho vinta 2-0. Lì ho capito che potevo farcela.

    In top cut, contro Adrian Orley, ho evitato uno Sleep Powder importante. In quel momento ho visto il pattern: oltre alle giocate, anche l’RNG stava iniziando a girare dalla mia parte. E quando arrivi sempre lì, il treno prima o poi passa — e lo prendi.”

    2) Qual è stata la scelta del team o della preparazione che secondo te ha fatto più la differenza?

    “Ho giocato praticamente a carte scoperte: avevo già pubblicato una guida del team prima di Torino, per poi riconfermarlo al NAIC. I due fattori principali che hanno fatto la differenza sono stati la convinzione e la familiarità.

    Ero convinto fosse il team più forte del formato. Sapevo che mi sarei giocato anche i mirror e i counter, ma non ci ho dato peso: gioco il team più forte, se riuscite, battetemi. E lo avevo assimilato molto bene grazie all’allenamento e alle ore fatte con i miei studenti, che mi hanno aiutato nelle fasi iniziali.

    Mi piaceva molto perché ogni partita era come risolvere un cubo di Rubik: facce diverse ogni volta, ma io dovevo trovare la soluzione. Il team mi dava sempre una linea di gioco solida, e questo mi ha permesso di concentrarmi sul gameplay invece che sulla build.”

    3) Con i mondiali alle porte, pensi che la vittoria del NAIC ti dia più fiducia o più pressione? Come stai vivendo questa settimana?

    “In questi giorni sto studiando, quindi gioco di meno. Con le live e il coaching resto comunque allenato. Ad agosto rialzerò il ritmo.

    Per il mondiale non sento un “boost” di fiducia nel senso classico. Ho sempre fatto il mio percorso e sono sempre stato convinto di avere le carte in regola per vincere: dovevo solo continuare a evolvermi e a non arrendermi. La pressione, onestamente, non la sento molto, dato che Pokémon è il mio posto nel mondo. Quando sono in competizione, sono esattamente dove voglio stare.

    Al NAIC ero tranquillissimo anche in top cut: scherzavo, ridevo, parlavo con gli altri giocatori. L’esperienza è fondamentale dato che vincere aiuta a vincere, ma soprattutto aiuta ad abituarsi alla mentalità della top cut.”

    4) Quanto lavoro c’è dietro una vittoria così?

    “Tantissimo. Però il punto non è solo il lavoro: è anche come gestisci la pressione. Per me il vero punto di svolta è stato spostare il focus dall’obiettivo al processo.

    Se ti dici solo “devo vincere il torneo”, il cervello ti risponde: “Come faccio?”. E lì nasce l’ansia. Io invece provo a segmentare tutto in passi piccoli: vincere il game, il turno, il set, il match. Se entro in un torneo pensando che devo fare 11 vittorie, mi sembra impossibile. Pensare round per round aiuta enormemente.

    Anche la preparazione toglie pressione: in partita esegui quello che hai già fatto cento volte. Quando arrivi così preparato, sei più fresco mentalmente. Se invece vai al torneo senza aver studiato, entri già in ansia e ti prosciughi da solo.

    5) Come hai gestito la pressione durante la finale?

    “La finale era un giorno a sé. Fino alla semifinale ero rilassatissimo, ma quando sono arrivato lì sapevo che quello era il momento.

    Sapevo di essere in svantaggio di matchup: il mio avversario aveva un setup molto forte. Abbiamo provato diverse linee, ma ho capito che allungare troppo la partita mi avrebbe quasi garantito la sconfitta. Ho puntato su due cose: una linea che sfruttava la probabilità di flinch con Aerodactyl e Kingambit, e il fatto che il mio avversario non volesse sempre esporsi a quella condizione.

    La finale è stata condizionata dall’RNG — a G1 Sylveon aveva il 31% di oneshottare Kingambit con Hyper Beam, oltre ai flinch e ad altre percentuali generali. Ma io ero preparato: sapevo già come affrontare quel mirror, e quindi anche quando il game andava storto, non andavo in tilt.”

    6) Cosa consiglieresti a chi si sente bloccato?

    Francesco:
    “La risposta non può essere banale tipo “gioca di più”, perché non basta. Io direi: fidati di più del tuo istinto.

    L’istinto è il frutto dell’esperienza. Più giochi, più diventa affidabile. Quando arrivi a un certo livello di comprensione del gioco, non devi aver paura di ascoltarlo.

    Un giocatore forte sa quando rischiare, e rischiare nel momento giusto fa la differenza tra chi arriva in fondo e chi resta fermo a metà strada.

    Per fare quel salto devi anche saper rinunciare alle fissazioni: non legarti troppo a un Pokémon o a un archetipo. Se il formato cambia, devi evolverti. Il team per un torneo non deve essere per forza originale: deve soprattutto non avere auto-loss e deve poter competere bene nel formato.”

    7) Quale team consiglieresti a chi si avvicina a Champions?

    “Direi principalmente i team con Charizard. Per esempio la versione classica con Whimsicott, Big Six, oppure versioni più recenti come quelle con Venusaur, forti nei mirror; o ancora team che gestiscono bene la Rain o che reggono bene il doppio Fake Out con setup.

    La soluzione migliore per un giocatore nuovo è un team forte, stabile e con fondamentali solidi. Il Big Six con Whimsicott è probabilmente il miglior punto di partenza, perché il mirror è più una questione di mind game che di speed tie puro. Se impari bene quel team, hai un’ottima base per il formato e non sei travolto dal vortice dei cambi continui.”

    8) I tuoi obiettivi ora quali sono?

    “Il mio obiettivo è sempre stato vincere il mondiale. Gli altri tornei mi fanno piacere, ma per me il mondiale è l’unico che conta davvero. E lo pensavo anche prima di vincere il NAIC. L’internazionale è importante, ovviamente: ti mette in una certa categoria di player. Ma il mondiale è un altro discorso: giochi una volta all’anno con i migliori al mondo.

    Per me è il torneo che non ho ancora risolto. È il cubo di Rubik che mi manca. Continuerò a provarci finché non ci riesco, o finché non sarò più capace di giocare.”

    9) Quando è nata la tua passione per Pokémon e il competitivo?

    “Da piccolissimo. A casa mia si facevano tornei di Pokémon Battle Revolution in formato VGC 2010. Ero troppo piccolo per giocare, ma guardavo gli altri e mi appassionavo già.

    Ho iniziato davvero con Bianco e Nero, giocando molto al Battlespot. Poi c’è stata la vittoria di Arash nel 2013, che mi ha ispirato tantissimo: un italiano aveva vinto il mondiale. Da lì ho partecipato a vari eventi: il Pokémon Day, i tornei di Cydonia, il primo local nel 2017. Ci sono nato dentro.

    Il salto vero è arrivato durante la pandemia, perché online potevo misurarmi con giocatori forti. Da lì è partito un percorso lunghissimo, iniziato praticamente 13 anni fa.”

    Ringraziamo di cuore Francesco Pio Pero per averci concesso questa intervista e gli rinnoviamo i complimenti (e un grosso in bocca al lupo per il futuro)!