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Gris spegne la seconda candelina, ma continua ad affascinare, dimostrandosi, oggi più che mai, attuale

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Il 2020 è un anno, purtroppo, pieno di sofferenze. Oggi non siamo qui per parlarne, vogliamo solo appellare alla nostra memoria la ricorrenza del secondo compleanno di Gris, affascinante videogioco sviluppato da Nomada Studio, capace di rendere la pura essenza del dolore e dell’accettazione di esso. Un gioco che, a suo modo, ha saputo superare le frontiere del videogioco. Una perla di rara bellezza, espressiva ed intensa. Qualcosa di unico.

GRIS è la storia di una fanciulla che, perduta la voce, vede il proprio mondo distruggersi tra le lacrime. Tutto è finito, inghiottito in un vuoto accompagnato da un rumore sordo, intenso. Sembrerebbe una triste fine, invece è solo l’inizio. Con un gran tonfo al cuore inizia un’avventura semplice, con elementi da puzzle-platform, che rende l’art design il fulcro del gameplay.

Le sfumature della sofferenza

Il grande pregio di Gris è il colore, un tenue ma intenso acquerello, un’espressiva gioia per gli occhi. L’art design del titolo viene accompagnato da un gameplay semplice, che coinvolge il giocatore, lo rapisce in una tanto fugace quanto emozionante avventura. In poco più di quattro ore Gris sa toccare le giuste corde. Come se non bastasse ai delicatissimi colori dell’artista spagnolo Conrad Roset si somma una colonna sonora, realizzata dalla band catalana Berlinist, monumentale. La lirica di Gris è difficile da semplificare a parole, ma riesce a deliziare il cuore e i sensi come poche altre.

Le cinque fasi del dolore

Nel 1970 la psichiatra Elisabeth Kübler Ross elaborò una teoria secondo la quale il dolore si divide in cinque diversi stadi: “negazione”, “rabbia”, “contrattazione”, “depressione” e, per concludere, “accettazione”. Nomada Studio riprende alla perfezione questi concetti, in modo chiaro ed esplicito. Se dapprima il mondo sarà grigio, ci ritroveremo presto ad ampliare la nostra paletta cromatica, attraversando regni caratterizzati da diverse colorazioni. Rosso, giallo, verde e, per concludere, blu. Per quanto ognuno possa interpretare a proprio modo la simbologia di questo gioco, l’aspetto cromatico appare autoesplicativo. Kübler Ross affermò più volte che le diverse fasi del dolore si sovrappongono e alternano con limiti indefiniti, mai chiari. Parimenti nel gioco i colori, emozioni della protagonista, vanno a sopraffarsi ed intrecciarsi l’un l’altro.

Gris riesce ad essere qualcosa di più di un videogioco. La storia di una fanciulla naufraga nei propri sentimenti. Una dolce metafore dell’accettazione e del superamento del lutto. Ed è per queste ragioni che, se non avete ancora giocato a Gris, vi conviene recuperare il gioiellino di Nomada Studio quanto prima.

E tu, hai già giocato a Gris? In caso negativo, pensi di recuperarlo? Faccelo sapere nella sezione dedicata ai commenti ed iscriviti ai nostri profilo social per rimanere sempre aggiornato con il mondo della grande N!